venerdì 16 maggio 2008

La strategia del PD

Ieri giornata intensa. Prima ho incontrato Di Pietro, che mi ha confermato che vuole confluire nel PD, non ha nessuna voglia di andare per conto suo, è disposto a fare gruppi parlamentari unici: ma "è Veltroni che incontra molte resistenze nel PD". Effettivamente, queste resistenze le registro anch’io: una specie di rancore, molto diffuso nei confronti di Di Pietro. Mi dispiace. Io spero che Di Pietro riesca a fecondare il PD con i valori di legalità democratica per cui si batte. Lavorerò per questo.
.
Poi c’è stata la riunione del Consiglio Nazionale del PD, aperto da una relazione di Veltroni, di cui ho condiviso al 100% quello che ha detto, non quello che non ha detto. Veltroni ha ammesso che c’è stata una sconfitta netta e pesante. Secondo lui, abbiamo perso unicamente perché il peso degli errori del governo Prodi - “ora lo possiamo dire” – era eccessivo: lo spacchettamento, l’indulto, il pacchetto sicurezza mai approvato, le divisioni sul welfare e altro che segnalavano l’impossibilità per la maggioranza di governare. Secondo Veltroni, non c’è stato il tempo di recuperare i ritardi storici della sinistra sulla questione della sicurezza, e inoltre abbiamo deluso su tasse e sul precariato.

Tutto bene, salvo che Veltroni non crede di aver commesso errori. Ora lo so che è facile criticare chi si trova esposto come lui (e mi pare gli eventuali errori non sono tutti a lui ascrivibili, visto che Walter subisce molti condizionamenti dall'apparato). Però Veltroni e il gruppo dirigente non riescono a fare autocritica, non vedono in cosa possono migliorare: per il futuro del partito e del paese, non basta. Ad es., tutta l’Italia ha riso dietro alle candidature del PD (vedi Crozza). Anche Fassino sottovaluta il problema ("Ha perso anche Illy, che è quanto di più lontano ci sia dalla casta"). Secondo me, se non applichi il principio del “merito” a casa tua, non sei credibile quando lo proponi come fulcro della tua futura azione di governo. E senza il merito non c’è competenza, né qualità, né buon governo. E senza questi valori non puoi “sfondare al centro” (la strategia di Veltroni).
.
Il problema del PD è sfondare al centro senza perdere troppo a sinistra: ciò vuol dire che a sinistra bisogna garantire un po’ di redistribuzione. Ma se dai a sinistra (ai ceti popolari), devi togliere alle classi medie. L’unico modo per fare quadrare il cerchio è dare alle classi medie qualcos’altro in cambio: e questo non può essere altro che un salto nell’efficienza del paese, cioè nelle “dimensioni” della torta da spartire in prospettiva. Ma finché la politica resta chiusa alle competenze a lei esterne, e riempie le istituzioni di "amici", questa prospettiva non è credibile.

Questa questione della qualità delle istituzioni riguarda in parte la questione democratica (più trasparenza e democrazia garantirebbero una selezione migliore del personale, comportamenti più virtuosi?). Molti dei nostri elettori non hanno votato (astenuti: 1,5 milioni in più che nel 2006) perché il PD non ha difeso la democrazia, le regole, al di sopra delle quali la classe politica si muove con crescente spregiudicatezza (presto un blob su questa questione). La questione della casta (intesa come eccesso di potere e non solo di benefici economici “espliciti”) resta dunque il nodo irrisolto della strategia del PD.

martedì 13 maggio 2008

Che fare?

Che facciamo adesso? Se lo chiede tutta la “società civile” di area riformista, progressista, e di sinistra. Quella che, fuori dai DS e dalla Margherita, ha chiesto per tredici anni il Partito Democratico. Voleva un partito nuovo, e si ritrova un nuovo partito, un’altra nomenclatura.

Che la nostra gente non sia contenta lo dimostrano i risultati elettorali: anche chi ha votato PD spesso lo ha fatto “turandosi il naso”.

Dopo le politiche, e prima del voto di Roma, ci hanno detto (Bindi, Franceschini, Realacci…) che “il problema non è la classe dirigente”: e allora la nostra gente glielo ha messo giù nero su bianco, votando per il bravo Zingaretti ma non per Rutelli. Il PD ha fatto una campagna sulla “modernizzazione”, sul merito, ma senza le competenze necessarie perché fosse credibile, e senza un progetto-paese innovativo.

Il “governo ombra” di Veltroni sembra addirittura un passo indietro: tutti (salvo uno) politici tradizionali, di mestiere. Nel partito non ci sono gruppi di lavoro di alto livello e trasparenti che elaborino proposte per l’Italia. Il PD non ha attivato un circuito di osmosi con le competenze della società civile. Non lo vogliono fare. Non lo faranno. Che facciamo adesso?

Io sono contrario a “sparare su Veltroni”. (1) Ha stravinto le primarie e ha il diritto / dovere di guidare il PD per almeno due anni; altrimenti sfasciamo anche quello che c’è; (2) Le alternative che si profilano non sono meglio: che senso ha partecipare alle faide interne fra i "big"? (3) Le giovani leve, venute su con le stesse logiche della cooptazione, non cambierebbero nulla. Il problema sono le regole del potere: nel PD e nel paese. Stabilire i limiti e gli obblighi del potere, le regole della partecipazione, della trasparenza, della qualità.

Per questo io credo che si debba lavorare dal basso per unire l’altra Italia. C’è un’altra Italia: quella del senso civico e del bene comune; che non vuole vivere in un paese dove le persone per bene devono vergognarsi, messe a tacere dalle persone in odore di Mafia. Credo che dobbiamo batterci assieme alla nostra gente: offrire idee e soluzioni vere al problema del potere fuori controllo; e assieme conquistare pezzi di PD, e di democrazia.

lunedì 14 aprile 2008

Le ragioni di una sconfitta

La sconfitta è dolorosa; avremo tempo per valutarne le conseguenze. Ora è importante capire le cause. Perché... La sconfitta riapre i giochi nel PD: è ormai ovvio che bisogna avere il coraggio di cambiare. Ma da dove bisogna cominciare? Perché il centrosinistra ha perso? Proviamo a a dirlo con un telegramma.
.
"Mancanza di credibilità della classe dirigente del PD di fronte al suo elettorato".

Ma su cosa? Io dico:

"Poco senso della democrazia, delle istituzioni, della competenza, e della meritocrazia".

(NB: Di Pietro, infatti, ha vinto perché non ha promesso mance a tutti, ma infrastrutture, giustizia, legalità: beni pubblici indivisibili, uno Stato che funzioni). Se queste sono le cause, nel PD bisogna cambiare
- le regole interne che producono la sua classe dirigente (introdurre regole veramente democratiche e aperte ai cittadini, prevedere una riserva del 50% di candidature di alto profilo qualitativo, esterne al partito, no ai conflitti di interesse nel senso anche che chi sceglie i candidati non può candidare se stesso o i suoi prossimi collaboratori e parenti)
- la organizzazione interna, che produce i programmi e le sintesi politiche del PD (creare organismi stabili di "teste pensanti" che ruotano, e che progettano le riforme da offrire al paese, sotto tutti i profili, politico, tecnico, finanziario).
.
Insomma, per me la credibilità si ottiene con la qualità. Che altro?

mercoledì 9 aprile 2008

"In Italia restano solo degli eroi che amano il paese"

"Gli altri vanno a Barcellona, in Inghilterra. Le Università straniere sono piene di italiani".

Questo ha detto Veltroni oggi a Porta a Porta, parlando dell'assenza di meritocrazia nel nostro paese. Inoltre, ha difeso la Costituzione ("la prima parte deve ispirare le eventuali riforme"). Ha detto a Mafia, camorra e 'drangheta: "non vogliamo i vostri voti, vogliamo distruggervi"; (in Forza Italia hanno risposto che considerano Mangano, condannato a 30 anni perMafia, "un eroe": un messaggio elettorale?). Ha promesso un nuovo modello culturale in RAI, di cui ha criticato la volgarità e i messaggi sbagliati sul piano dei valori. Ha promesso che nella Sanità la politica dovrà ritirarsi, limitandosi solo alla nomina di Ministro e Assessori, il resto solo concorsi trasparenti. Ha presentato un programma sociale avanzato ma non ostile al mercato. Infine, ha presentato un programma economico che il Sole 24 Ore ha definito l'unico con le coperture finanziarie (cioè, l'unico che non vende illusioni).

Berlusconi oggi ha attaccato i magistrati, il Presidente della Repubblica, il P.D. (che secondo lui si prepara a fare dei ... "brogli, come è nella sua tradizione"). Casini ha difeso il suo candidato al Senato, Cuffaro, recentemente condannato in primo grado per favoreggiamento alla Mafia. Bertinotti ha dichiarato che per risolvere i problemi sociali italiani bisogna partire da una forte critica al modello capitalistico. Ringrazio questi personaggi per ricordarci chi sono, e per rimotivarci al voto per il PD. A quelli che dicono che "Veltroni non è credibile", io dico: si vabbé, ma vuoi mettere?

giovedì 3 aprile 2008

Alitalia

Alitalia si trova stretta nella morsa di Berlusconi e dei sindacati.
Nel 2001-2006, grazie agli amministratori politicizzati, incapaci, e superpagati, del governo Berlusconi, una linea aerea da sempre in difficoltà (anche a causa della scarsa disciplina sul lavoro) è diventata una catastrofe. Oggi, l’opzione di mercato – incarnata dall'offerta di Air France – è stata sabotata da questi signori, che si sono dati reciprocamente sponda, e che ora accusano nientemeno che il governo (che - ricordiamolo - si era già accordato con Air France, la quale però ha preteso l'"ok" anche dei sindacati) di "aver gestito male" la vicenda. E ora che si fa?

Berlusconi ha posto la questione della italianità della linea aerea. Perché? A noi che ce ne importa? Secondo lui, solo una proprietà italiana garantirebbe collegamenti adeguati fra l’Italia e il resto del mondo. Evidentemente, Berlusconi non ha mai lavorato in condizioni di libero mercato, ma sempre in mercati protetti e condizionati dalla politica. Una linea aerea efficiente, che sta sul mercato con le sue gambe, vola là dove conviene, cioè dove c’è domanda di trasporto aereo. Per il mercato, stranieri e italiani sono uguali: vanno a caccia di profitti, organizzando il servizio migliore possibile. Se i residenti in Italia o i visitatori esprimeranno una domanda di trasporto aereo da e per l’Italia, la linea aerea sarà felice di soddisfarla. In realtà Berlusconi sta dicendo un’altra cosa: Alitalia deve continuare a volare in base a criteri politici e non economici: per soddisfare non le esigenze dei consumatori ma di particolari gruppi e territori protetti dalla politica. (Questa posizione va oltre il servizio sussidiato alle isole, che è previsto in maniera trasparente dalle leggi dello stato). Sotto sotto, sta anche pensando che una vacca da mungere come Alitalia non deve essere sottratta al controllo dei politici italiani. Anche a costo di continuare a perdere soldi a palate (paghiamo noi, anzi il debito pubblico).

I sindacati pongono il problema della organizzazione interna: continuano a proteggere lobbies di lavoratori che in questi decenni hanno fatto i loro solenni comodi; anche a costo di mandare sul lastrico altri lavoratori che non c’entrano niente e che sarebbero dispostissimi a lavorare nella nuova disciplina proposta da Air France. Tra l'altro, tutte le compagnie aeree internazionali negli ultimi 15 anni si sono fuse con altre compagnie (vedi KLM, che pure era assai più sana di Alitalia), è restata fuori solo la nostra povera compagnia di bandiera!

Questa difesa degli interessi particolari, anzi dei privilegi particolari, a spese dell’interesse generale, promosso dalla nostra politica, affossa l’Alitalia, simbolo di tutto il paese.

PS: Notizia di oggi: "Indianapolis-based carrier ATA Airlines canceled all flights, effective this morning, and filed for bankruptcy protection. ATA said its latest effort to remain solvent collapsed after it lost an important contract for its military charter business". Già: anche le line aeree falliscono, quando non sono efficienti, quando hanno costi troppo alti e clienti insoddisfatti del servizio. Da un giorno all’altro.

lunedì 31 marzo 2008

I proclami sui salari bassi che infuocano (si fa per dire, vista la rassegnazione generale) la campagna elettorale ricordano un po' gli slogan peronisti degli anni 50. I contendenti dicono di voler aumentare gli stipendi, insieme alla pensioni (senza dire dove troveranno i soldi ovviamente), e tanto per aggiungere qualche corbelleria in piu' a beneficio dei gonzi, si parla anche di riduzione delle tasse.

Ma tanto per cominciare sarebbe utile capire i motivi per cui i salari sono bassi. Una volta individuate le cause forse si potrebbe immaginare una soluzione. I salari in Italia sono bassi (se paragonati alla media degli altri paesi OCSE), e tenderanno a diminuire ancora piu' rapidamente in termini reali, per tre motivi basilari:

1) La Cina, l'India e molti altri paesi emergenti sono in grado di produrre a costi molto piu' bassi nei settori maturi dove una volta l'Italia aveva posizioni di leadership: tessile, calzature, mobili, elettrodomestici etc. Per quelle poche aziende che ancora riamangono a galla (ma non per molto) l'unico modo di prolungare l'agonia e' quello di pagare i dipendenti il meno possibile. Per questo ricorrono ad immigrati (spesso in nero) e/o a precari.

2) I settori ad alta tecnologia, quindi ad alto valore aggiunto, dove si pagano salari dignitosi, in Italia sono asfittici. Non si fa ricerca, quella poca che si fa raramente si traduce in innovazione industriale o in brevetti utili. E anche se qualche imprenditore italiano con capacita' di innovazione esistesse non sarebbe cosi' imbecille da investire in un paese dove le tasse e gli oneri sociali sono punitivi, le regolamentazioni sono da delirio, le banche sono dedite all'usura e le infrastrutture sono da terzo mondo (per non parlare della criminalita' organizzata e delle cosiddette istituzioni). Quindi andrebbe ad investire in un paese civile, dove magari avrebbe probabilita' di trovare fondi di venture capital (concetto pressoche' sconosciuto nello Stivale).

3) I prezzi delle materie prime specialmente quelle energetiche sono destinati ad aumentare perche' almeno un miliardo di individui, che hanno raggiunto la soglia dell'agiatezza nei paesi dell'ex Terzo Mondo, oggi si possono permettere autovetture, elettrodomestici, vestiti e cibi che prima erano loro preclusi. L'impennata della domanda continuera' a gonfiare i prezzi almeno per qualche anno.

Sarebbe interessante sapere quale strategia o proposta viene sottoposta agli elettori per affrontare questi nodi, al di la' dei proclami o delle comparsate da Vespa & Co.

Fabio Scacciavillani

mercoledì 26 marzo 2008

SECESSIONE DOLCE

Il termine secessione, seppure edulcorato, torna nuovamente sulla scena del dibattito per bocca del direttore de Il Sole 24 ore De Bortoli. Secessione è la figura estrema della questione settentrionale che si è manifestata politicamente in modo flagrante coll'irruzione e l'affermazione della Lega Nord. L'ipotesi di una separazione territoriale delle regioni del Nord Italia e della creazione di una identità etnico-regionale, la Padania, invenzione dell'immaginario politico più che culturale, fa perno sulla reale differenza economica sussistente tra le differenti aree del paese. Possiamo dire che al declino del meridionalismo, inteso come proposizione del tema dell'arretratezza del Mezzogiorno come questione nazionale, ha corrisposto l'avanzata del discorso sul Settentrione, sulla sua insofferenza, sulla sua riottosità e presa di distanza dal potere centrale statale. Il principio della "Repubblica una e indivisibile" riceve una scossa tellurica che rappresenta una sfida storica importante e tutt'affatto superata. Come la tendenza all'allontanamento del Nord potrà essere riassorbita in un quadro di rinnovata politica nazionale e quanto la realtà del Partito democratico potrà contribuire a risolvere quest'annoso e persistente problema?


Carlo Lavalle